La cucina dei Romani, durante il primo periodo della loro storia, coincideva con quella etrusca: le pietanze erano povere e semplici e si basavano essenzialmente sul ‘pulmentum’, cioè orzo cotto nel brodo, sulla ‘puls’ (una specie di polenta a base di farro, miglio e fecola di patate), e sugli altri alimenti base, cioè pesce, verdura e formaggio.
A partire dal III secolo a.C. il cibo divenne occasione, per le famiglie patrizie, di ostentare le proprie ricchezze. I banchetti aumentarono di numero, divennero più sfarzosi, e migliorarono in quantità , varietà e ricercatezza del cibo servito: venivano serviti pavoni, ghiri, fenicotteri e molti altri animali, anche esotici. L’unica testimonianza scritta della cucina romana è l’opera del gastronomo Marco Gavio Apino, vissuto all’epoca di Tiberio: ‘De re coquinaria’ contiene oltre cinquecento ricette, nessuna delle quali è fortunatamente sopravvissuta alla prova del tempo. Con le invasioni barbariche e la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) finiscono i banchetti sfarzosi, le città si spopolano, inizia il feudalesimo e un periodo di austerity anche in cucina.
Della sfarzosa e barocca cucina romana, descritta anche nei classici, nulla è sopravvissuto e i ristoranti di Roma sono ormai noti in tutto il mondo per i magnifici primi: la pasta alla amatriana è probabilmente il primo piatto per antonomasia.



